Un giovane che ottiene oggi il tanto ambito posto fisso ha molti motivi per cui festeggiare. Inizierà col pensare a come realizzare i propri sogni (casa, matrimonio, viaggi, figli) mentre la prospettiva della futura pensione non sarà certo una delle sue priorità. Difficile stare dietro alle previsioni che spostano sempre più in là il momento della pensione (per chi entra oggi nel mondo del lavoro se ne parla dopo il 2060, secondo le stime della Covip) o al fatto che ammonterà a circa la metà dell’ultimo stipendio. È qui che devono entrare in scena i genitori, ricordando che il futuro va costruito giorno per giorno e per aiutare i figli a districarsi tra le tante proposte di prodotti finanziari.
Le forme di previdenza complementare: quale scegliere?
Per mantenere anche negli anni del riposo un reddito adeguato è evidente quanto sia importante aderire a una forma di previdenza complementare. Facciamo allora un po’ di chiarezza sulle opzioni per un lavoratore dipendente. Nella prossima newsletter approfondiremo le opportunità pensionistiche per chi fa lavori “intermittenti”.
- I fondi pensione negoziali (o chiusi): sono istituiti dai rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro nell’ambito della contrattazione nazionale, di settore o aziendale. Vi si può aderire solo in forma collettiva versando il contributo previsto dal proprio contratto. In questo caso il datore di lavoro ha l’obbligo di versare anche il suo contributo al fondo negoziale al quale il lavoratore ha aderito.
- Un’altra opzione per il lavoratore dipendente è rappresentata dai fondi pensione aperti: creati e gestiti da banche, società di gestione del risparmio, società di intermediazione mobiliare e imprese assicurative. L’adesione è consentita oltre che su base individuale anche su base collettiva.
- In ultimo, i Piani Individuali Pensionistici: sono forme pensionistiche complementari individuali realizzate attraverso contratti di assicurazione sulla vita finalizzati alla creazione di una pensione complementare. L’adesione al PIP avviene solo su base individuale.
Il dipendente privato può aderire al fondo pensione aperto anche su base collettiva, qualora tale tipo di adesione sia prevista dai contratti di lavoro, dagli accordi collettivi o dai regolamenti aziendali; i dipendenti pubblici, invece, possono aderire a un fondo aperto o a un PIP solo su base individuale e possono versare solo il contributo individuale, ma non il flusso di TFR.
Come funziona un fondo pensione chiuso
La contribuzione a un Fondo pensione chiuso è costituita da tre elementi:
- Il contributo del lavoratore, il cui importo minimo è stabilito dagli accordi collettivi vigenti, ma che può essere incrementato per aumentare la pensione futura;
- La quota di TFR nel caso si sia deciso di destinarla a un fondo pensionistico complementare;
- Il contributo del datore di lavoro.
La futura pensione sarà calcolata sulla base del montante costituito dai versamenti dei contributi sopra citati e dai rendimenti degli stessi maturati nel tempo e conseguiti tramite il loro investimento in strumenti finanziari.
Come funziona un fondo pensione aperto
Il lavoratore dipendente che aderisce a un fondo pensione aperto su base individuale può scegliere l’importo e la periodicità dei versamenti, per esempio decidendo di versare solo il TFR. Se aderisce invece su base collettiva, l’importo minimo della contribuzione è stabilito dagli accordi o dai contratti collettivi ed è prevista la possibilità di versare di più. Chi versa il proprio contributo ottiene anche quello del datore di lavoro. Il contributo versato dal datore di lavoro è un elemento da valutare con attenzione: a parità di condizioni – secondo stime della Covip – consente di ottenere una pensione complementare più alta anche del 17%.
Per una proiezione della futura pensione per noi o per i nostri figli, Unipolsai mette a disposizione Pensione On Line Su Misura, uno strumento pensato appositamente per aiutare a individuare il prodotto previdenziale più adatto e fornire un’indicazione dell’evoluzione nel tempo del piano pensionistico.
Il TFR come fonte di finanziamento
Il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) rappresenta una significativa fonte di finanziamento della previdenza complementare: per questo è importante decidere consapevolmente a riguardo. Un dipendente privato, entro 6 mesi dall’assunzione, deve scegliere se destinarlo alla previdenza complementare o lasciarlo in azienda. Se la scelta non viene effettuata esplicitamente, il datore di lavoro trasferisce il TFR nella forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi o dai contratti collettivi o, in caso di più forme pensionistiche, in quella cui ha aderito il maggior numero di dipendenti.
Vantaggi fiscali e sostegno nei momenti critici
Non vanno dimenticati gli immediati vantaggi fiscali: aderire a un fondo pensione comporta infatti la possibilità di dedurre fino a € 5.164,57 all’anno durante la fase di contribuzione. E i rendimenti sono tassati al 20%.
Al momento della pensione, le prestazioni erogate saranno tassate con un’aliquota del 15%, ridotta di una quota pari allo 0,30% per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione a forme pensionistiche complementari; in questo modo l’aliquota può essere ridotta fino a un minimo del 9%.
La previdenza complementare rappresenta poi un “paracadute” in caso di necessità. Per spese sanitarie, del lavoratore, del congiunto o dei figli, si può ottenere un anticipo della prestazione fino al 75% del montante accumulato.
Trascorsi 8 anni dall’iscrizione alla forma di previdenza complementare, è possibile richiedere un’anticipazione per un importo non superiore al 75% della posizione individuale maturata per l’acquisto della prima casa di abitazione per sé e per i figli o per la ristrutturazione della stessa: una casa tutta per sé diventa un sogno più concreto.
È prevista infine la possibilità di riscatto prima della maturazione dei requisiti pensionistici: nei casi più gravi sarà possibile riscattare totalmente l’intera posizione individuale accumulata – per esempio per cessazione dell’attività lavorativa che determini inoccupazione per un periodo superiore a 4 anni e invalidità permanente che comporti la riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo – sarà, invece, possibile riscattare fino al 50% di quanto accumulato, nel caso di inoccupazione compresa tra 12 e 48 mesi, ovvero in caso di ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di mobilità e cassa integrazione ordinaria o straordinaria.
Gli strumenti per costruire giorno dopo giorno una stabilità economica che non diminuisce nel tempo ci sono: pensiamoci sin da ora indirizzando i nostri giovani affinché possano affrontare serenamente ogni fase della propria vita.
GUIDA ALLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE PER I LAVORATORI DIPENDENTI
/in NewsUn giovane che ottiene oggi il tanto ambito posto fisso ha molti motivi per cui festeggiare. Inizierà col pensare a come realizzare i propri sogni (casa, matrimonio, viaggi, figli) mentre la prospettiva della futura pensione non sarà certo una delle sue priorità. Difficile stare dietro alle previsioni che spostano sempre più in là il momento della pensione (per chi entra oggi nel mondo del lavoro se ne parla dopo il 2060, secondo le stime della Covip) o al fatto che ammonterà a circa la metà dell’ultimo stipendio. È qui che devono entrare in scena i genitori, ricordando che il futuro va costruito giorno per giorno e per aiutare i figli a districarsi tra le tante proposte di prodotti finanziari.
Le forme di previdenza complementare: quale scegliere?
Per mantenere anche negli anni del riposo un reddito adeguato è evidente quanto sia importante aderire a una forma di previdenza complementare. Facciamo allora un po’ di chiarezza sulle opzioni per un lavoratore dipendente. Nella prossima newsletter approfondiremo le opportunità pensionistiche per chi fa lavori “intermittenti”.
Il dipendente privato può aderire al fondo pensione aperto anche su base collettiva, qualora tale tipo di adesione sia prevista dai contratti di lavoro, dagli accordi collettivi o dai regolamenti aziendali; i dipendenti pubblici, invece, possono aderire a un fondo aperto o a un PIP solo su base individuale e possono versare solo il contributo individuale, ma non il flusso di TFR.
Come funziona un fondo pensione chiuso
La contribuzione a un Fondo pensione chiuso è costituita da tre elementi:
La futura pensione sarà calcolata sulla base del montante costituito dai versamenti dei contributi sopra citati e dai rendimenti degli stessi maturati nel tempo e conseguiti tramite il loro investimento in strumenti finanziari.
Come funziona un fondo pensione aperto
Il lavoratore dipendente che aderisce a un fondo pensione aperto su base individuale può scegliere l’importo e la periodicità dei versamenti, per esempio decidendo di versare solo il TFR. Se aderisce invece su base collettiva, l’importo minimo della contribuzione è stabilito dagli accordi o dai contratti collettivi ed è prevista la possibilità di versare di più. Chi versa il proprio contributo ottiene anche quello del datore di lavoro. Il contributo versato dal datore di lavoro è un elemento da valutare con attenzione: a parità di condizioni – secondo stime della Covip – consente di ottenere una pensione complementare più alta anche del 17%.
Per una proiezione della futura pensione per noi o per i nostri figli, Unipolsai mette a disposizione Pensione On Line Su Misura, uno strumento pensato appositamente per aiutare a individuare il prodotto previdenziale più adatto e fornire un’indicazione dell’evoluzione nel tempo del piano pensionistico.
Il TFR come fonte di finanziamento
Il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) rappresenta una significativa fonte di finanziamento della previdenza complementare: per questo è importante decidere consapevolmente a riguardo. Un dipendente privato, entro 6 mesi dall’assunzione, deve scegliere se destinarlo alla previdenza complementare o lasciarlo in azienda. Se la scelta non viene effettuata esplicitamente, il datore di lavoro trasferisce il TFR nella forma pensionistica collettiva prevista dagli accordi o dai contratti collettivi o, in caso di più forme pensionistiche, in quella cui ha aderito il maggior numero di dipendenti.
Vantaggi fiscali e sostegno nei momenti critici
Non vanno dimenticati gli immediati vantaggi fiscali: aderire a un fondo pensione comporta infatti la possibilità di dedurre fino a € 5.164,57 all’anno durante la fase di contribuzione. E i rendimenti sono tassati al 20%.
Al momento della pensione, le prestazioni erogate saranno tassate con un’aliquota del 15%, ridotta di una quota pari allo 0,30% per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione a forme pensionistiche complementari; in questo modo l’aliquota può essere ridotta fino a un minimo del 9%.
La previdenza complementare rappresenta poi un “paracadute” in caso di necessità. Per spese sanitarie, del lavoratore, del congiunto o dei figli, si può ottenere un anticipo della prestazione fino al 75% del montante accumulato.
Trascorsi 8 anni dall’iscrizione alla forma di previdenza complementare, è possibile richiedere un’anticipazione per un importo non superiore al 75% della posizione individuale maturata per l’acquisto della prima casa di abitazione per sé e per i figli o per la ristrutturazione della stessa: una casa tutta per sé diventa un sogno più concreto.
È prevista infine la possibilità di riscatto prima della maturazione dei requisiti pensionistici: nei casi più gravi sarà possibile riscattare totalmente l’intera posizione individuale accumulata – per esempio per cessazione dell’attività lavorativa che determini inoccupazione per un periodo superiore a 4 anni e invalidità permanente che comporti la riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo – sarà, invece, possibile riscattare fino al 50% di quanto accumulato, nel caso di inoccupazione compresa tra 12 e 48 mesi, ovvero in caso di ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di mobilità e cassa integrazione ordinaria o straordinaria.
Gli strumenti per costruire giorno dopo giorno una stabilità economica che non diminuisce nel tempo ci sono: pensiamoci sin da ora indirizzando i nostri giovani affinché possano affrontare serenamente ogni fase della propria vita.
Come proteggere noi e il nostro gatto dai possibili rischi
/in NewsIl legame tra uomo e gatto è intenso e antico: questi piccoli felini ci affascinano da sempre per la loro personalità e la loro indipendenza. Appaiono distaccati e talvolta sembrano desiderare la solitudine, ma sono capaci a modo loro di cercare la nostra vicinanza e darci affetto incondizionato. Hanno un mondo interiore complesso e mutevole, che si manifesta di volta in volta col gioco, l’irrequietezza, la capacità di rilassarsi completamente, la curiosità. Forse è per questo che li sentiamo affini a noi e li amiamo profondamente.
Il nostro gatto, esploratore per natura
Sembra una tigre o una pantera in miniatura, ma non è solo questo che ne fa un predatore; in lui la tendenza a esplorare è innata e fortissima. Per questo, appena arrivato in casa, impara ad aprire le porte per curiosare negli angoli più nascosti. E, soprattutto, scopre come uscire: dal cancello, se abbiamo un giardino, ma anche da finestre e terrazzi. È un avventuriero per natura e come tale può andare incontro a qualche rischio.
Prima di tutto quello di cadere. Anche se i gatti hanno una straordinaria agilità e un senso dell’equilibrio che consente loro di girarsi durante un volo nel vuoto e attutire l’impatto con le zampe, a volte possono scivolare accidentalmente da davanzali e aree esterne dei nostri appartamenti. Capita per distrazione, paura, o magari perché si addormentano e un colpo di vento li sorprende.
Le conseguenze, in questi casi, possono essere anche gravi: dalla frattura delle zampe a forti traumi al torace o alla mandibola. E non è detto che cadere da grandi altezze sia peggio che farlo dal secondo piano: uno studio dell’Associazione dei veterinari americani ha dimostrato che le ferite di gatti caduti dal balcone sono peggiori se il volo è inferiore a sette piani. Come mai? Perché le cadute più lunghe danno loro il tempo di rilassarsi e acquisire la posizione ‘a paracadute’ che li aiuta a distribuire meglio l’impatto sulle zampe. Il vero record segnalato nello studio è però quello di un gatto precipitato dal 32° piano: dopo 48 ore di clinica veterinaria è tornato a casa senza traumi, a parte un dente scheggiato.
Eventi così estremi, per fortuna, sono rari. Di solito, il nostro gatto esce felicemente di casa senza difficoltà per godere delle sue attività preferite: segnare il territorio, azzuffarsi con il gatto dei vicini, cacciare topolini o uccelli. I pericoli, però, non sono pochi. Il più grande sono le auto: la velocità con cui il gatto d’improvviso attraversa la strada può sorprendere i guidatori e causare incidenti anche di grande entità.
Gatti randagi, cani e altri piccoli nemici
A minacciare il nostro felino sono anche i suoi simili: nelle contese per il territorio con altri gatti (o con un cane) può riportare graffi e morsi. Nella maggior parte dei casi si tratta di ferite di poco conto, ma occorre fare attenzione che non si infettino. Se dopo una rissa notiamo gonfiori strani o sospetti, non esitiamo a contattare il veterinario.
Le grane per il gatto non finiscono qui: può essere attaccato da pulci e altri parassiti in seguito ai suoi incontri con i randagi o può venire a contatto con veleni o sostanze tossiche abbandonate in giro (antigelo, insetticidi o pesticidi vari).
Un altro rischio è quello di non riuscire a tornare a casa. Può capitare perché è rimasto chiuso dietro un portone, intrappolato in uno spazio ristretto – come una tubatura – o è salito su un tetto o un albero dal quale non riesce più a scendere. Imprevisti strani, ma tutti possibili: i vigili del fuoco lo sanno bene.
Il gatto e i vicini: un incontro non sempre felice
Per chi ama i gatti è difficile immaginare che qualcuno possa non volerli intorno, ma è così. In effetti, alcune delle loro abitudini possono causare qualche danno ai vicini di casa: per esempio possono sradicare fiori e piantine o distruggere aiuole perfettamente modellate scavando nel terreno per fare i bisogni.
Oppure possono aprire con le unghie i sacchetti della spazzatura e spargerne il contenuto; o ancora marcare il territorio con getti di urina e rigare il cofano (o il tettuccio apribile) dell’auto nuova di zecca parcheggiata davanti casa. Nel peggiore dei casi arrivano a graffiare qualcuno.
Tutti questi incidenti, oltre a essere spiacevoli, possono anche costare cari: secondo la legge «il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui l’ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale , sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito ». E anche quando la legge non ci obbliga a pagare, offrirsi di rimediare al danno è un buon esempio di civismo, oltre che opportuno per mantenere una relazione di buon vicinato.
Passeggiare senza pericoli? Ecco come
Il rimedio a pericoli e danni causati (o subiti) dal nostro quattrozampe? Di certo, non chiuderlo in casa: significherebbe reprimerne l’istinto naturale, cosa che per molti proprietari è impensabile. Possiamo però fare in modo che le sue passeggiate siano il più possibile sicure. Ecco come:
Con questi accorgimenti il nostro gatto potrà godersi le sue passeggiate senza farci preoccupare. Per stare ancora più sereni, è possibile proteggere preventivamente lui e noi dai rischi più frequenti grazie a polizze dedicate.
La natura fiera e selvaggia del nostro piccolo predatore non si può cambiare, ma possiamo prepararci al meglio per affrontare ogni imprevisto.
Come evitare gli imprevisti per il tuo business
/in NewsPrevenire i danni elettrici
Una delle incidenze maggiori nei sinistri delle attività imprenditoriali e commerciali sono i danni elettrici. Spesso la causa è un cortocircuito, ovvero un contatto fortuito tra due parti di un impianto che funzionano a potenziale diverso, oppure una variazione di corrente che riguarda il cambiamento del livello di intensità nell’energia elettrica rispetto a quanto previsto dai dispositivi. Anche fenomeni di causa atmosferica come i fulmini possono causare vere e proprie scariche elettriche provocando gravi incendi specie laddove c’è accumulo di carta e materiali infiammabili.
Per proteggere impianti e apparecchiature da questo tipo di inconvenienti è bene installare uno scaricatore di sovratensioni, un dispositivo in grado di scaricare a terra la tensione in eccesso causata proprio da fulmini o altri eventi esterni che altrimenti danneggerebbero irreparabilmente i sistemi elettronici. Un’altra soluzione, ugualmente valida, è utilizzare un gruppo di continuità o UPS (Uninterruptible Power Supply), un apparecchio che si collega alla rete di alimentazione e fornisce energia anche in caso di sbalzi elettrici. Questo meccanismo che funziona come una batteria d’emergenza, assicura che non vi siano picchi di tensione nella rete mantenendola stabile e proteggendola dai blackout.
Prevenire i furti con scasso e rottura
Secondo l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, le percentuali di furti e rapine sono in calo negli ultimi anni; tuttavia commercianti e imprenditori si trovano spesso a fare i conti con effrazioni di ladri all’interno dei propri locali. Il danno economico arrecato dai malviventi non deriva solo della sottrazione dei beni appartenenti all’attività, ma anche da quelli, anche molto ingenti, provocati dello scasso di porte o finestre d’accesso. Impedire questa eventualità non è semplice, ma esistono delle accortezze per scongiurarla.
Prevenire danni da grandine, trombe d’aria e uragani
I guasti provocati da agenti atmosferici avversi non riguardano solo fulmini e temporali. La grandine può essere un grande nemico ad esempio per i veicoli aziendali. Una prevenzione tutto sommato semplice da attuare è quella di dotarsi di un hail protector, un telo copri auto elettrico che si gonfia se comincia a grandinare. È un prodotto americano ma viene spedito in tutto il mondo. Il costo è sostenuto (fino a oltre un migliaio di dollari a seconda dei modelli) ma è la soluzione più adeguata, specialmente se i veicoli sono molto costosi. L’alternativa è preparare da sé una protezione che possa attutire i colpi nei punti più sensibili della vettura, utilizzando 2-3 strati di pluriball e infine coprendo il tutto con un telo protettivo classico.
Nei casi più estremi di maltempo con fenomeni molto violenti come trombe d’aria o perfino uragani, il consiglio è anzitutto quello di mettere se stessi e il proprio personale in sicurezza, possibilmente ai piani più bassi dell’edificio, lontani da porte e finestre. È opportuno ricordarsi di bloccare l’erogazione di luce e gas per evitare perdite e cortocircuiti e scongiurare il pericolo dei fulmini che possono causare sbalzi di tensione e incendi.
Tutelarsi in caso di danni verso terzi
I danni con responsabilità civile verso terzi (o RCT) riguardano quelle situazioni in cui ci si trova a dover pagare un terzo a titolo di risarcimento per danni causati involontariamente durante lo svolgimento del proprio lavoro. Questi possono riguardare danneggiamenti di cose o lesioni personali anche molto gravi.
Sono eventualità che possono capitare ma non sempre possono essere previste. Per fortuna, come suggerito, esistono accorgimenti preventivi che, se messi in atto, riducono il rischio di essere danneggiati. E con una polizza assicurativa adeguata si possono affrontare gli imprevisti in tutta tranquillità.
È infatti fondamentale che commercianti e imprenditori possano esercitare con serenità la propria attività al sicuro dai rischi che spesso sfuggono a ogni controllo. Fare della propria passione un lavoro è sicuramente un obiettivo di molti, ma essere pronti ad affrontare tutte le difficoltà del caso spesso fa la differenza tra una piccola avventura e una grande storia di successo.
Preparare la moto per l’arrivo della primavera
/in NewsIn moto in sicurezza: la corretta manutenzione per tornare in sella in primavera
Dopo aver messo a riposo la moto a fine autunno, si avvicina il momento di tornare a muoversi su due ruote. La primavera arriva all’improvviso e con i primi tepori il desiderio di riprovare quel senso di libertà che solo la moto riesce a regalare si fa sentire più forte che mai. Tuttavia non è il caso di farsi trovare impreparati: se in autunno sono state effettuate tutte le operazioni consigliate, sono necessari ora alcuni interventi prima di scendere nel box, girare la chiave, avviare il motore e partire.
Un po’ di burocrazia per cominciare
Prima ancora di dedicarsi alla meccanica, è necessario verificare di avere riattivato la copertura assicurativa (se la polizza consentiva la sospensione): una dimenticanza può costare cara, oltre che essere molto pericolosa. Conviene spendere qualche minuto anche nel controllo delle “carte” fondamentali:
È importante che la revisione in officina sia effettuata entro la fine dello stesso mese in cui è stata effettuata quella precedente. Il costo della revisione varia in funzione della struttura nella quale è effettuata: è di 45€ nei centri della Motorizzazione, di 62,25€ nelle agenzie ACI e di 66,80€ nelle officine autorizzate. In caso di dimenticanza, la sanzione amministrativa va da un minimo di 169€ ad un massimo di 680€. Ma se l’omessa revisione viene accertata in autostrada, alla ‘multa’ si aggiunge il fermo amministrativo del veicolo, e bisogna proseguire il viaggio a piedi.
È il momento di un check-up completo
Finalmente è il momento di occuparsi della moto per verificare che tutto sia pronto per riprendere la strada. Si inizia da un’ispezione del terreno sul quale era parcheggiata alla ricerca di eventuali macchie: se ci sono, indicano la presenza di perdite da riparare. Ecco come procedere con ordine, se siete bravi in officina: altrimenti meglio affidare il vostro mezzo a un meccanico esperto.
1. Controllo livello olio e impianto frenante
Il primo passo è il controllo dei livelli, cominciando da quello dell’olio per passare a quello dei liquido dell’impianto frenante. A questo proposito è necessaria un’attenzione particolare per identificare la presenza di aria nell’impianto. Questa presenza può essere evidenziata da una risposta non costante della leva o del pedale del freno. La corsa e la ‘consistenza’ dei comandi devono essere uguali; se invece le risposte a una serie di sollecitazioni variano, significa che c’è dell’aria nel circuito e bisogna provvedere allo spurgo. Un’operazione che un meccanico può effettuare rapidamente con un costo che non supera i 10€.
Se invece il liquido contenuto nei serbatoi risulta torbido e scuro, significa che è esausto e probabilmente è entrata dell’umidità. In questo caso bisogna provvedere a sostituire tutto il liquido idraulico contenuto nell’impianto e il costo sale, intorno ai 25€, poiché bisogna aggiungere il prezzo del prodotto.
2. Controllo carica e livello batteria
Sempre in tema di batteria, se questa è stata collegata a un mantenitore di tensione è sicuramente funzionante. È uno strumento piuttosto economico (il suo costo si aggira intorno ai 50€) e ci risparmia molte seccature. Se la batteria si fosse scaricata va avviato un ciclo di ricarica, e basterà collegarla al mantenitore di carica. Una volta appurato che lo stato di carica è buono, si procede a collegare i cavi, facendo attenzione a rispettare la polarità, con il filo nero da collegare al polo negativo e quello rosso al positivo.
Anche la batteria ha un suo liquido, ma il ripristino del livello è possibile solo se l’accumulatore è dotato di tappi di ispezione degli elementi e non è del tipo sigillato.
3. Controllo dei liquidi di radiatore e pompa della frizione
Ulteriori liquidi da verificare sono quello del radiatore per i motori dotati di raffreddamento ad ‘acqua’ (in realtà per il rabbocco si usano prodotti che hanno il doppio ruolo di allontanare il rischio di congelamento e alzare la temperatura di ebollizione). Il raffreddamento a liquido è una soluzione più evoluta rispetto a quello classico ad aria diffuso in passato e oggi molto più raro (affidato unicamente a una serie di alette sul cilindro del motore). Mantiene costante la temperatura di esercizio del motore, indipendentemente dalle condizioni climatiche. In questo caso nelle pareti del cilindro è contenuto un liquido, la cui temperatura è regolata da un termostato e da un radiatore.
Su alcuni modelli, soprattutto di grossa cilindrata, il comando della frizione non è affidato al classico cavo, ma a un impianto idraulico che rende più agevole e meno faticosa la spinta dei dischi interni. In questo caso sono necessarie le stesse verifiche richieste dai freni con comando idraulico.
4. Ispezione battistrada e controllo della pressione di gonfiaggio delle gomme
Si passa quindi all’ispezione delle gomme. Si inizia ripristinando la pressione consigliata dal costruttore per poi accertarsi che non vi siano perdite d’aria, che il battistrada non abbia raggiunto il limite dell’usura (per scoprirlo non è necessario un calibro, bastano gli indicatori in rilievo presenti all’interno dei canali: se sono allo stesso livello dei tasselli è arrivato il momento di cambiare pneumatici) e non siano presenti tagli o rigonfiamenti sui fianchi.
5. Check delle luci e avvio del motore
Dopo aver verificato il funzionamento di tutte le luci, compresi indicatori di direzione e illuminazione della targa, è il momento di avviare e lasciar girare per qualche minuto il motore al minimo. Un’iniziale fumosità dello scarico in questa fase non deve preoccupare, soprattutto se la moto è stata parcheggiata sulla stampella laterale e non sul cavalletto centrale.
Tutto ciò può dipendere dal fatto che una parte del lubrificante entra direttamente nei cilindri e alla prima accensione dopo molto tempo brucia insieme alla benzina, provocando una fumata azzurrognola, che termina rapidamente. Se invece continua il problema può essere più serio e bisogna provvedere a far controllare la compressione all’interno dei cilindri.
Poi, appena possibile, bisogna provvedere a effettuare un pieno di carburante.
Smartphone: facciamo il pieno di app
Prima di rimettersi in moto vale la pena di assicurarsi che sullo smartphone siano presenti alcune app molto preziose per il motociclista. Si tratta di semplici programmi (scaricabili gratuitamente sia per iOS che per Android) che contribuiscono a semplificare alcune operazioni rispetto al passato.
Per consultare le tracce GPS, la miglior soluzione è quella di montare una borsa da serbatoio dotata di una parte superiore trasparente. Meglio comunque seguire le istruzioni vocali grazie gli auricolari Bluetooth per non rischiare di distrarsi dalla guida. In tutti gli altri casi, la consultazione delle app va effettuata prima di partire. E se c’è necessità di consultare il proprio smartphone, non resta che accostare in una zona di sosta lungo la strada. Anche una piccola distrazione infatti può avere conseguenze gravi.
Se tutto è a posto si può finalmente tornare in sella, inserire la prima e partire, ma solo dopo avere scoperto le ultime novità in tema di polizze assicurative che anche per le moto possono fornire quella protezione in più che solo un dispositivo satellitare può garantire.
Previdenza complementare: cos’è e quali sono i vantaggi
/in NewsChi vuole affrontare serenamente il periodo della pensione, garantendosi una forma di reddito aggiuntivo, può trovare degli strumenti utilissimi nei sistemi di previdenza complementare. Ma come funzionano, quali sono le loro caratteristiche e i vantaggi che sono in grado di offrire?
Il sistema pensionistico pubblico
Il sistema pensionistico italiano è strutturato in base al criterio della ripartizione secondo un “contratto sociale” per cui i contributi versati dai lavoratori vengono utilizzati per pagare le pensioni a coloro che al momento ne hanno diritto. In linea generale, fatte salve alcune eccezioni, oggi per il pensionamento di vecchiaia occorre avere almeno 66 anni e 7 mesi di età e aver versato almeno 20 anni di contributi. E chi raggiunge l’ambito traguardo ha finalmente la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni e ai propri interessi, sempre che la situazione economica lo permetta.
Per assicurarsi un reddito adeguato anche negli anni del riposo è bene cominciare a pensarci per tempo, quando ancora mancano molti anni al raggiungimento dell’età pensionabile, aderendo a forme di previdenza complementare da affiancare a quella pubblica.
I tre “pilastri” del sistema pensionistico
La previdenza complementare è il secondo pilastro del sistema pensionistico, il cui scopo è quello di integrare la previdenza obbligatoria, che rappresenta il primo. Il terzo invece è la previdenza integrativa individuale, che ciascuno può realizzare con forme di risparmio autonome (le polizze vita). L’obiettivo è assicurarsi un livello adeguato di tutela pensionistica, che si aggiunga alle prestazioni previste dal sistema pubblico di base.
Aderire alla previdenza integrativa significa accantonare regolarmente durante la vita lavorativa i propri risparmi in una forma pensionistica privata, per ottenere in futuro un reddito che garantisca maggiore sicurezza economica.
È importante attivare una forma di pensione integrativa che rispecchi le nostre esigenze e i nostri obiettivi, valutando la propria attitudine al rischio e gli anni che mancano per arrivare alla pensione pubblica.
Meglio investire da subito sul proprio futuro
Anche se possono aderire alla previdenza integrativa tutti coloro ai quali manchi almeno un anno al conseguimento del trattamento pensionistico, è all’inizio del proprio percorso professionale che si devono mettere le basi per la stabilità economica futura. Maggiore sarà il numero di anni di versamenti, infatti, maggiore sarà il capitale accumulato quando vorremo liquidare la nostra posizione.
Possono aderire lavoratori dipendenti, autonomi, liberi professionisti, soggetti senza reddito o con redditi diversi da quelli del lavoro. Al momento dell’adesione verrà aperta una posizione individuale, che sarà alimentata negli anni dai contributi versati e dai rendimenti maturati. Ogni azione andrà fatta mantenendo sempre un buon grado di flessibilità che consenta di modificare gli importi, sospendere i versamenti e, in determinate situazioni, prelevare una somma come anticipo o riscatto.
Esistono poi anche forme di adesione collettiva, grazie alle quali un gruppo di lavoratori di un’azienda / categoria / regione può sottoscrivere una forma pensionistica complementare destinando a essa le quote del TFR, maturando senza intaccare il proprio reddito mensile. Oltre al TFR, i lavoratori possono anche decidere di effettuare versamenti integrativi per avere in futuro una rendita più elevata. In questo caso, se previsto dal CCNL o da accordi collettivi, anche il datore di lavoro può essere tenuto a contribuire, ricavandone sgravi fiscali significativi. La posizione personale sarà così formata dal TFR, dai versamenti individuali volontari e dai contributi aggiuntivi del datore di lavoro.
I vantaggi della previdenza complementare
Una volta maturati i requisiti per la pensione pubblica, e dopo aver partecipato per almeno cinque anni alla previdenza complementare, potremo scegliere di convertire, totalmente o parzialmente, la nostra posizione individuale in una rendita integrativa erogata per tutta la durata della vita. L’eventuale parte non convertita in rendita sarà liquidata immediatamente in forma di capitale.
Queste forme di previdenza, oltre a costituire uno strumento importante per il mantenimento del tenore di vita al termine dell’attività lavorativa, rappresentano anche un’opportunità di risparmio con caratteristiche vantaggiose. La previdenza complementare gode infatti di un trattamento fiscale agevolato.
In primo luogo, i versamenti volontari sono deducibili dal reddito (fino ad un massimo di € 5.164). Ciò permette di abbattere l’imponibile e di beneficiare di un significativo risparmio di imposte. Facciamo un esempio concreto: un lavoratore con un reddito annuo lordo di 30.000 euro che versi un contributo annuale di 2.000 euro, avrà un risparmio “immediato” di 760 euro a fronte della deduzione di imposta che gli viene riconosciuta.
In secondo luogo, i rendimenti della gestione finanziaria sono soggetti a una tassazione agevolata rispetto ad altre forme di investimento da cui differiscono anche per l’esenzione dal pagamento dell’imposta di bollo. Infine, alla scadenza, la somma dei versamenti dedotti sarà tassata con un’aliquota molto inferiore rispetto a quella di cui si è beneficiato in corso di contratto. Tale aliquota al massimo è del 15% e si riduce progressivamente in base agli anni di appartenenza alla previdenza complementare fino a un minimo del 9%.
Insomma, conviene pensare sin da ora a strumenti efficaci e sicuri e stimolare tutti i nostri cari a farlo. E Quando finalmente potremo godere del meritato riposo, avremo una situazione economica sicuramente più stabile e soddisfacente.
Sei un medico o svolgi una professione legata al mondo della sanità?
/in NewsSei un medico o svolgi una professione legata al mondo della sanità? Sei un dipendente di aziende sanitarie pubbliche o private, oppure sei un medico convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale? Questo post è per te…
Lo scorso primo aprile è entrata in vigore la Legge 24/2017 “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli Esercenti le Professioni Sanitarie”.
Chiunque svolga una professione sanitaria, dal medico all’infermiere passando da farmacisti, terapisti, psicologi e persino educatori professionali, dovrà necessariamente adeguarsi alla normativa.
Il legislatore, nello specifico, introduce importanti modifiche nell’ambito della “responsabilità medica” proponendosi l’obiettivo di ridurre il contenzioso civile e penale a carico delle Strutture e del Personale Sanitario oltre che per una maggior tutela dei professionisti del settore e per migliorare il sistema risarcitorio nei confronti del paziente.
Il fulcro del sistema diventa la struttura sanitaria i cui margini di responsabilità sono molto ampi, ma a carico di chi svolge professioni sanitarie viene posto l’ obbligo di stipulare una Polizza di Responsabilità civile per colpa grave.
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/in NewsSi parla di inverno e subito viene in mente la neve, anche se non è questo l’elemento con il quale gli automobilisti devono confrontarsi più di frequente in questi mesi. Per la stagione fredda auto e stile di guida vanno preparati in modo adeguato: le poche ore di luce, la possibilità di dover procedere nella nebbia e le temperature che dopo il tramonto precipitano sotto lo zero sono pericoli da non sottovalutare.
La scelta più importante: gli pneumatici
Per prima cosa dobbiamo pensare alle ruote: sbaglia chi crede che solo se nevica ci possono essere problemi, e che nel caso si possa semplicemente ricorrere alle catene. Anche la pioggia può essere insidiosa e capace di abbassare drasticamente la temperatura dell’asfalto. Le gomme classiche, definite anche “estive”, sono progettate per lavorare al meglio dai 16 gradi in su: entrano in crisi quando il termometro scende sotto i 7 gradi. Sotto questa soglia non assicurano la tenuta ideale, quindi sono possibili perdite di aderenza in curva o in frenata, soprattutto nei primi metri dopo una partenza.
Esistono tuttavia pneumatici espressamente progettati per offrire le migliori prestazioni in queste situazioni: sono chiamati invernali e hanno ben poco in comune con le gomme da neve del passato, specifiche per quell’impiego, ma che risultavano rumorose e poco adatte su asfalto. Le invernali, grazie alla particolare costruzione e alla presenza di intagli (detti lamelle) sul battistrada, sono efficaci su strade gelate e garantiscono non solo la trazione, ma anche e soprattutto stabilità e frenate sicure su percorsi innevati. Si distinguono per la presenza sui fianchi di due marcature particolari: la scritta M+S e il disegno stilizzato di una montagna con tre cime e di un fiocco di neve.
Cosa dice il Codice della strada
In tutte le zone nelle quali tra il 15 novembre e il 15 aprile sono attive le ordinanze invernali sulla circolazione (qui l’elenco completo) il loro montaggio esenta dall’obbligo, alternativo, di avere le catene a bordo. Il Codice della strada prevede che si debbano montare pneumatici uguali sullo stesso asse. In teoria è possibile equipaggiare l’auto con due pneumatici estivi e due invernali, ma questa scelta è sconsigliata perché il comportamento del veicolo risulta molto squilibrato e il rischio di perdite di controllo è ancora più marcato. In alternativa agli invernali puri, il cui costo è in media superiore di circa il 10% rispetto a quelli convenzionali, si stanno diffondendo anche pneumatici “all season”, con le stesse marcature ma con una struttura progettata per risultare efficace in ogni periodo dell’anno, evitando così il cambio stagionale. Per chi invece preferisce le classiche catene, va ricordato che è importante verificare che la loro misura sia compatibile con le dimensioni delle ruote ed è fondamentale prendere confidenza con il montaggio per evitare difficoltà nel momento del bisogno.